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La macchina desiderante

                          immagine di Maria Pecchioli


in collaborazione con Fosca


riflessioni sulla nascita dello sguardo e sull’epidemiologia delle credenze, 

dalla tragedia greca alle tragedie contemporanee


liberamente tratto da  La macchina infernale di Jean Cocteau e ispirato al pensiero 

di Guy Debord, Gille Deleuze, Sofocle

di e con Cristina Abati, Carlo Salvador, Tommaso Taddei, Emiliano Terreni 

ideazione e regia Caterina Poggesi


produzione Gogmagog 2011 con il sostegno di Regione Toscana-Sistema Regionale dello Spettacolo e in collaborazione con Teatro Studio di Scandicci, Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino, Fondazione Pontedera Teatro-Pontedera, Armunia, Castiglioncello.



“sei nutrito da una sola unica notte, così che non potresti danneggiare né me nè alcun altro che veda la luce.” “ma dove sono? dove si potrà trovare l’oscura traccia di questa colpa antica?”            Edipo Re, Sofocle

                                                                                


Il progetto vuole indagare sulla perdita indecifrabile di processi sociali e politici concernenti la percezione del reale e il destino dell’essere umano. Forze incontrollabili, fuori dall’autorialità del gesto, creano sistemi che, in autonomie feroci, controllano e determinano il vivere, come se avessero esistenza propria al di là della società dei soggetti. La figura mitica di Edipo e la sua lucida e scaltra rielaborazione nell’opera di Cocteau, insieme al pensiero di Debord e Deleuze, ci guidano in questo interrogarsi. Si tratta di una riflessione che, dalla radice insondabile della tragedia e dell’origine della cultura occidentale, tenta di indagare sull’ombra della nostra epoca e sulla sua genesi. Quale bivio? Dove venne smarrita la strada? Dove lo sguardo si fece solo voyeurismo? Dove il desiderio divenne capriccio? Dove venne nascosto il tabù della morte e uccisa la cura? Dove si perse l’esperienza del vivere? Quando si perse la necessità degli approfondimenti? Dove è rimasta la coscienza? Dove assopito l’immaginario? Quale responsabilità hanno ancora le arti performative in rapporto alla società dello spettacolo?


L’azione, come una fiaba, dalla linearità della sua narrazione, si intoppa e comincia a contorcersi suicida e kamikazee senza possibilità di ritorno. Diventa la macchina infernale. Un Tiresia fool cattivo e mediatico, a volte corpo, a volte immagine. Edipo aitante e inconsapevole, idiosincratico maschile. Giocasta violacea, diva, una Isadora Duncan della tragicità contemporanea. Creonte manifestazione dell’evidenza dei fatti, antipatico e puntuale ammonito. Apparizioni solitarie, come quadri isolati che poi intessono traiettorie di incontri improponibili e onirici. La traccia della visione e quella del suono percorrono la durata della pièce quasi fossero estranee e parallele tra loro. Un passo dopo l’altro. Voci della Sfinge, del popolo, del coro, eco di altre dimensioni. La scena essenziale e agile si articola attraverso la partitura della luce che delimita, distrugge e ricrea e va progressivamente a incontrare la visione cieca e soggettiva dell’Edipo. Solo i corpi, gli oggetti e i cromatismi costruiscono la visione, come una sciarada da decifrare. 


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